• Lun. Mag 17th, 2021

VEDAM

IL POTERE DELLE PAROLE

BRAHAMACHARYA, il fascino insuperabile del Divino

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Una storia Zen narra di due monaci che stavano tornando al monastero.

Camminando uno davanti all’altro, il monaco più anziano arrivò ad un fiume. In piedi sulla riva c’era una bellissima fanciulla che aveva paura di attraversare da sola.

Il vecchio monaco si voltò subito dall’altra parte e si sbrigò ad attraversare il fiume.

Quando ebbe raggiunto l’altra sponda si guardò indietro e vide con orrore che il monaco più giovane stava guadando il fiume con la ragazza sulle spalle.

Lasciata la ragazza sull’altra sponda, i due monaci continuarono il viaggio fianco a fianco, in silenzio.

Quando furono sulla porta del monastero, l’anziano sbottò e disse al più giovane: “Come hai potuto? Hai violato la regola dei monaci di non toccare le donne! Non dovevi portare sulle spalle quella ragazza!”

E il giovane rispose: “Io la fanciulla l’ho lasciata sulla riva del fiume, tu la stai ancora portando”.

Nessuna cultura ha mai preso il sesso alla leggera.

Parlare di sesso mette a disagio, confonde e suscita sensi di colpa. Mette in evidenza la nostra profonda dipendenza dagli altri e dimostra inequivocabilmente che senza l’altro non esiste il piacere.

Al sesso è collegata la paura del rifiuto e la conseguente tendenza alla fuga, al ritiro, alla solitudine.

In nessuna esperienza umana, come nella sessualità, si diventa tanto simili ad un animale, forse perché nessun’altra esperienza è tanto naturale.

Nello scambio sessuale si abbassano i livelli di autocontrollo e si accede ad una dimensione in cui i confini dell’io sono inevitabilmente perduti.

Da qui il ricorso alla soluzione più facile: la repressione.

Reprimere la sessualità significa proteggersi, salvaguardarsi dalle passioni distruttive e mantenere l’io in sicurezza.

Tutte le religioni sostengono, d’altra parte, che fino a quando non ci libereremo dal sesso non potremo entrare “nel regno di Dio”, “diventare yogi” o “accedere al divino”.

Hanno ragione e, nello stesso tempo, hanno torto.

È vero, perché fino a quando il sesso non viene trasceso, finché non scompare dai nostri pensieri, l’accesso ai livelli coscienziali più elevati è precluso.

È falso perché il sesso sparisce solo quando è stato completamente accettato, non represso ma trasformato.

Reprimersi non è difficile, ma il rischio è che questa potente energia si divida ed entri in lotta con sé stessa, che partorisca un desiderio cerebrale, cioè una perversione. L’Eros, invece, è potentissimo e irriducibile: può solo essere trasformato.

Narra il mito orfico della creazione che “la Notte dalle ali nere fu amata dal vento e depose un uovo d’argento nel grembo dell’Oscurità. Da quell’uovo nacque Eros, chiamato anche Fanete (il rivelatore), colui che mise in moto l’Universo….” Successivamente, la mitologia classica lo dipinse come un fanciullo ribelle, figlio di Venere, dea dell’Amore, che svolazzava scoccando frecce a caso e infiammando il cuore degli uomini, senza rispettarne né l’età né la condizione sociale. Un tardo racconto a sfondo allegorico lo indica come lo sposo che la bellissima Psiche non avrebbe mai dovuto vedere in volto (Apuleio, Metamorfosi, la favola di Amore e Psiche).

Il termine “eros” è stato adottato più recentemente dal pensiero psicoanalitico per denominare, secondo S. Freud, l’energia psichica presente nella pulsione sessuale e, secondo C.G.Jung, “tutto ciò che mette in moto l’evoluzione individuale” (Carl Gustav Jung, La libido, simboli e trasformazioni, 1912).

Ma qual è la funzione dell’eros? È una forza destabilizzante che rompe gli schemi e le abitudini lasciando alla fine solo devastazione e sensi di colpa? Oppure è una potenza che rompe i confini del nostro Io ristretto per consentirci l’accesso all’eterno presente, ad una nuova visione di noi stessi?

È un passaporto per la salute, che, con la sua cascata di risposte biochimiche investe beneficamente il sistema nervoso, il sistema endocrino e quello immunitario, rigenerando tutte le funzioni vitali del corpo? Oppure è uno strumento di perdizione che infrange le regole del vivere sociale mettendo in crisi l’istituzione del matrimonio e favorendo tradimenti, separazioni e divorzi?

Scrive Marco Ferrini nel suo libro “Dall’Eros all’Amore”:

“L’amore è un sentimento esuberante, autosufficiente, un’espressione naturale e spontanea della nostra matrice più profonda, della nostra spiritualità ed è un’offerta perenne. La sua prerogativa è dare e dimenticare, in quanto l’atto di dare è già il suo appagamento. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che l’essere umano è progettato per la felicità e l’amore indubbiamente è la sua espressione più alta. Delle innumerevoli forme d’amore, la più elevata è quella spirituale, centrata sul Sé supremo, di cui l’eros ne è solo un riflesso esteriore. Questo sublime livello d’amore, sebbene costituisca funzione e bisogno imprescindibile di tutti gli esseri, non è un sentimento ordinario, ma un’ambiziosa meta cui andare attraverso un viaggio interiore e conquistare con la scoperta della nostra natura immortale”.

Nella sua opera “Das sexualleben unserer Zeit in seinen Beziehungen zur modernen Kultur“,  Iwan Bloch già nel 1907 affermava che la “vita d’amore” nella civiltà moderna dovesse essere studiata in modo integrato e comparato, unendo conoscenze di discipline diverse: biologia, antropologia, filosofia, psicologia, sociologia, etnologia, medicina e storia della cultura. Un concetto ripreso più tardi da altri autori che hanno associato la sessuologia, cioè la disciplina che studia gli aspetti psicologici, medici e socioculturali della sessualità, allo stemma dei cinque anelli olimpici, in cui ogni cerchio rappresenta una delle principali scienze e tutte le intersezioni fra i cerchi costituiscono un particolare campo di applicazione e di studio multidisciplinare.

Molti autori hanno argomentato sul tema della sessualità e delle patologie ad essa correlate: Richard von Krafft-Ebing con l’opera Psychopatia Sexualis nel 1886, Freud con Tre saggi sulla teoria sessuale [e altre opere nel 1905, Haveloch Ellis con Studi sulla psicologia del sesso in vari volumi dal 1859 al 1939.

A fronte delle attuali conoscenze acquisite nel corso degli ultimi decenni, la sessualità risulta essere strettamente connessa alla sfera dei sentimenti e delle relazioni umane, comprensiva del corredo emozionale ed affettivo di ogni singolo individuo, oltre che delle consuetudini specifiche del suo gruppo sociale.

I più importanti saggi di riferimento in materia sono:

  • il Rapporto Kinsey sulle pratiche sessuali degli americani negli anni 1948 e 1953;
  • gli studi pionieristici sulla fisiologia del comportamento sessuale umano, effettuati da  William Masters e Virginia Johnson nel 1966 e 1970, autori cui si deve anche una delle prime identificazioni delle “fasi del ciclo di risposta sessuale”;
  • le innovative tecniche di intervento di tipo comportamentista-psicoanalitico per il trattamento delle disfunzioni sessuali, della psichiatra Helen Singer Kaplan del 1974 e 1979.

C’è da aggiungere tuttavia che, nonostante l’avvento di una notevole apertura dei costumi, con relativo abbassamento della soglia di sensibilità del “comune senso del pudore”, nonostante una estesa produzione letterario-scientifica e approfondite sperimentazioni clinico-diagnostiche, l’esplorazione della sessualità è tuttora costellata di difficoltà, dubbi, contraddizioni e resistenze.

L’uomo è di fatto l’unico essere che può reprimere le proprie energie sessuali o che le può trasformare. Nessun altro essere può farlo. Può osservarle in modo distaccato, se ne può separare, può esserne il testimone.

Se la sessualità è vissuta in stato d’incoscienza, non attuerà mai una trasformazione, ma solo una ripetizione della stessa esperienza. E poiché qualsiasi cosa, ripetuta tante volte, perde d’interesse, passata la novità, arriva la noia.

Ma anche se l’esperienza fosse interessante, l’energia sarebbe ugualmente sprecata.

Perché assai di più é in realtà possibile: con la stessa energia si può raggiungere il divino.

Esiste un termine sanscrito, kundalini, che indica quell’aspetto dell’energia divina (shakti) che risiede in forma quiescente in ogni individuo. Per rappresentare la kundalini è tradizionalmente usato il simbolo del serpente. “In quanto abitatore del sottosuolo, questo animale simboleggia una forza occulta, misteriosa e pericolosa. Ma, come spesso avviene nel mito, le cose pericolose, quando conosciute, perdono quest’aspetto per svelarne un altro opposto, benefico. La kundalini, quando riposa, è come un serpente raccolto su sé stesso, pronto a scattare per mordere e così iniettare il suo veleno; ma quando è risvegliata è come il serpente dritto sulla punta della coda, rigido come un bastone, inoffensivo (wikipedia).

« Il serpente rappresenta la libido che si introverte. Attraverso l’introversione si viene fecondati da Dio, ispirati, ri-procreati e rigenerati ». (Carl Gustav Jung, La libido, simboli e trasformazioni, 1912, p. 331).

Secondo il Tantrasadbhāva, tale energia si risveglia e si dinamizza attraverso la sadhana (pratica della disciplina), entra nella direttrice centrale, detta Sushumna, delle tre principali nadi (canali) del corpo umano, così da risalire i chakra superiori fino alla sommità del cranio. Lungo il suo percorso, la Kundalini attraversa i chakra risvegliandoli e potenziandoli. Giunta al settimo chakra, detto Sahasrara, essa si connette con l’energia onnipervadente universale. Questa connessione è detta yoga, cioè unione; a questo livello l’individuo raggiunge uno stato che viene comunemente definito Realizzazione del Sé o risveglio.

Attraverso la consapevolezza l’energia sessuale diventa meditazione.

Seguendo la via della repressione gli esseri umani diventano falsi, superficiali, vuoti, irreali come manichini; seguendo la via della manifestazione sfrenata delle pulsioni l’uomo diventa come un animale, disattento alle sue possibilità di crescita interiore, ma se l’energia sessuale viene trasformata, il divino in noi comincia a gioire, a risvegliarsi, ad emergere. Una volta trasformata l’energia, la natura e Dio s’incontrano: la natura con il suo splendore e Dio con tutta la sua grazia.

È così che il sesso svanisce.

Questo spontaneo dissolversi è il BRAHMACARYA, la vera castità.

La parola brahmacarya è bellissima e significa “come cammina e fluisce il divino”.

Nel sistema del varna-ashrama-dharma della cultura indovedica, i brahmacari erano studenti religiosi che facevano voto di castità e si dedicavano allo studio dei testi sacri sotto la guida esperta del Guru. In questo ashrama si praticava anche il controllo del pensiero, della parola, dell’azione e di tutti i sensi.

Brahmacarya è anche una delle cinque regole fondamentali (Yama, le astensioni) contenute nella prima tappa dello Yoga in otto fasi (Ashtanga Yoga) descritto negli Yoga sutra di Patanjali. Essa indica astinenza o continenza sessuale, unita al controllo dei sensi e dei pensieri, per realizzare il Brahman, Dio.

Questa pratica dona mente luminosa, forza di volontà, intelletto acuto, straordinaria memoria e grande capacità di ricerca spirituale. È il sentiero che ci conduce al Divino, all’indipendenza e alla libertà.

Tutte le volte che il sesso viene trasformato, si aprono nuove dimensioni di creatività.

Nella storiella zen il monaco più anziano era geloso del suo confratello più giovane perché stava facendo quello che, se le regole non glielo avessero impedito, avrebbe fatto anche lui, ma con ben altre motivazioni. 

L’insegnamento di questo racconto è che, se non li elabori e trascendi, i tuoi desideri e i tuoi pensieri restano con te, anche se hai pronunciato voti e aderito a delle regole.

Il monaco più vecchio è sulla via della repressione mentre il monaco più giovane è il simbolo dello sforzo verso la trasformazione.

Guadando il fiume, il monaco più giovane si stava sottoponendo ad una grande prova di disciplina. Non aveva evitato la situazione offertagli dalla vita, non aveva evitato la vita, ma ci era passato attraverso con mente cosciente. La fanciulla, per lui, era un insieme di ossa, un peso, una pressione, non un pensiero fisso o un desiderio ingombrante e fastidioso.

Anche nella moderna psicologia sono ormai riconosciute le potenti forze trasformative contenute nell’eros.

R. Morelli, nel suo libro dal titolo provocatorio “Il sesso è amore”, scrive:

“L’amore è una forza autonoma, indipendente, autosufficiente, e svolge una funzione cosmica, quella di permettere a ciascuno di noi di realizzare il suo destino.

L’errore più grande e più comune è quello di credere che ci siamo innamorati di qualcuno. Non è così. E’ l’anima (la coscienza, ndr) che è entrata nello stato d’amore, vale a dire in quello stato erotico che nelle parti inferiori del corpo, negli inferi appunto, crea la vita animale; in alto, invece, nel cielo della coscienza, determina lo sviluppo spirituale”.

I testi della Tradizione bhaktivedantica si esprimono a questo proposito in modo molto chiaro:

sarva-dvarani samyamya
mano hridi nirudhya ca
murdhny adhayayatmanah pranam
asthito yoga-dharanam

Lo yoga consiste nel distacco da tutte le attività dei sensi. Chiudendo le porte dei sensi, fissando la mente sul cuore e trattenendo l’aria vitale alla sommità del capo, ci si stabilisce nello yoga“ (Bhagavad-gita, VIII-12).

Nelle scritture vediche   è affermato che noi non siamo prodotti della materia; siamo anime, esseri spirituali prigionieri di corpi materiali. La nostra vera casa è il mondo spirituale, dove siamo eternamente gioiosi in una personale relazione d’amore con il supremo essere spirituale, Krishna.
 Lo Shrimad Bhagavatam (VII.9.45) descrive la natura del piacere sessuale: “Il piacere che deriva dal sesso è insignificante come il sollievo che si ottiene quando ci grattiamo per il prurito. Il piacere sessuale non porta alla vera soddisfazione ma a molteplici sofferenze”.

Sebbene i media propagandino una felicità erotica senza limiti, il piacere sessuale è in realtà brevissimo. Una sessualità sopravvalutata rischia di perpetuare la nostra errata identificazione con il corpo, obbligandoci in questo modo a subire le inevitabili sofferenze fisiche, sociali e ambientali dell’esistenza materiale: più pensiamo di essere il corpo più soffriamo quando il nostro corpo è colpito dalla malattia, dalla vecchiaia avanzata e dalla morte.

Nella sua semplice e pragmatica predica ai Corinzi, San Paolo, in un passaggio memorabile, scrive: “Ai non sposati e alle vedove dico: è buona cosa per loro rimanere come sono io, ma se non sanno vivere in continenza si sposino; è meglio sposarsi che ardere. (San Paolo, Lettera ai Corinzi, 7,8).

Non è facile comprendere il significato e le implicazioni di questo bellissimo termine sanscrito, Bramacharya; esso ci suggerisce la bellezza e il fascino di una via di realizzazione spirituale che è rispetto, accettazione e onore della natura propria di ogni essere.

Caterina Carloni

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Cateca

Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta

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