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Luigi Strada, detto Gino (Sesto San Giovanni, 21 aprile 1948 – Honfleur, 13 agosto 2021), è stato un medico, attivista, filantropo e scrittore italiano, fondatore, assieme alla moglie Teresa Sarti, dell’ONG italiana Emergency.
Biografia (tratta da wikipedia)
«Quest’idea imbecille d’una società violenta e rancorosa, che ti spinge a trovare chi sta peggio di te e a dargli la colpa dei tuoi guai. Mai uno di loro che punti il dito su quelli che stanno meglio, eh?»
(Gino Strada in un’intervista al Corriere della Sera[1])
Nato a Sesto San Giovanni , il 21 aprile 1948, cresce in un ambiente cattolico sensibile alla realtà sociale che si ispira alle idee del Concilio Vaticano II, per poi aderire alla corrente comunista universitaria[2]. Dopo aver terminato gli studi superiori presso il liceo classico “Carducci”, Strada ha conseguito la laurea in medicina e chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1978, all’età di trent’anni, e si è poi specializzato in chirurgia d’urgenza. Durante gli anni della contestazione è uno degli attivisti del Movimento Studentesco.
Gino Strada era ateo,[3] e riguardo a Dio ha affermato «Non ne sento alcun bisogno. Penso che il significato delle cose stia nelle cose stesse, non al di fuori o al di sopra».[4] È stato molto amico del noto prete di strada Andrea Gallo[5].
Nel 2001 ha ricevuto il Premio L’Altropallone per il suo appello “Sport e Pace”.
Nel 2013 ha dichiarato di non votare alle elezioni da circa trent’anni, per esprimere la propria disapprovazione verso la politica italiana[6], ma nel 2014 ha dichiarato di sostenere la coalizione italiana di sinistra L’Altra Europa con Tsipras[7].
Attività di chirurgo di guerra
Viene assunto dall’ospedale di Rho facendo poi pratica nel campo del trapianto di cuore fino al 1988, quando si indirizza verso la chirurgia traumatologica e la cura delle vittime di guerra. Negli anni ’90 si specializza in chirurgia cardiopolmonare, lavorando negli Stati Uniti, alle università di Stanford e Pittsburgh, all’Harefield Hospital (Regno Unito) ed al Groote Schuur Hospital di Città del Capo (Sudafrica), l’ospedale del primo trapianto di cuore di Christiaan Barnard.
Nel periodo 1989-1994 lavora con il Comitato internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Angola, Somalia e Bosnia-Erzegovina. Proprio sulla base delle esperienze vissute in queste nazioni, ha narrato diverse storie (nel libro Pappagalli Verdi) sul suo operato nelle vesti di chirurgo di guerra.
Emergency e altre attività
Grazie a questa esperienza sul campo, Strada e un gruppo di colleghi decidono di fondare Emergency, un’associazione umanitaria internazionale per la riabilitazione delle vittime della guerra e delle mine antiuomo che, dalla sua fondazione nel 1994 alla fine del 2021, ha fornito assistenza gratuita a oltre 10 milioni di pazienti in 16 paesi nel mondo.[8]
Ha pubblicato due libri che hanno ottenuto un certo successo di pubblico e critica: Pappagalli verdi: cronache di un chirurgo di guerra e Buskashì. Viaggio dentro la guerra.
Nel 2001 è vincitore del premio Colombe d’Oro per la Pace, assegnato annualmente dall’Archivio disarmo a una personalità distintasi in campo internazionale.[9]
Dal 2002 è cittadino onorario della città di Empoli, in Toscana, e dal 2003 anche della città di Montebelluna, cittadina veneta[10]. Ha ricevuto alcuni voti nello scrutinio segreto alle elezioni presidenziali del 2006.
Nel 2004 l’Università degli Studi della Basilicata gli ha conferito una laurea honoris causa in Ingegneria per l’ambiente e il territorio.[11]
Nel marzo 2007, durante il sequestro in Afghanistan del giornalista de La Repubblica Daniele Mastrogiacomo ha assunto una posizione di rilievo nelle trattative per la sua liberazione.
Nel 2009 muore la moglie Teresa Sarti; il ruolo di presidente di Emergency viene quindi assunto dalla figlia Cecilia[12].
In Italia, Gino Strada ha assunto negli anni posizioni critiche nei confronti dei governi guidati da Massimo D’Alema, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte per le loro scelte a sostegno della guerra, per la partecipazione dell’Italia a diversi conflitti recenti, per l’aumento continuo delle spese militari da questi sostenute, per le politiche sull’immigrazione ed i respingimenti.
La maggior parte delle critiche sono relative alla partecipazione dell’Italia all’intervento NATO in Afghanistan – noto anche come operazione ISAF – valutate da Gino Strada e dalla sua organizzazione, che vi opera, come una barbarie commessa contro la popolazione afghana in aperta violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana.
Egli si è spinto a tali affermazioni poiché riteneva l’intervento della NATO, e di conseguenza dell’Italia, spinto da interessi economici. Anche se diversi[13] considerano la posizione di Gino Strada come un esempio di pacifismo radicale, moralista e utopico, a tal proposito Strada stesso ha dichiarato:
«Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra.»
(Gino Strada, Intervista a Che tempo che fa[14])
Il 13 aprile 2013 viene eletto tra i dieci possibili candidati alla Presidenza della Repubblica alle cosiddette “quirinarie” del Movimento 5 Stelle. Giunto secondo alle spalle di Milena Gabanelli, in seguito alla rinuncia della stessa, diviene un possibile candidato. Poco dopo decide tuttavia di ritirarsi, in favore del terzo possibile candidato, Stefano Rodotà. Successivamente diverrà un aspro critico del Movimento[15].
Nel 2015 ha ricevuto il Right Livelihood Award “per la sua grande umanità e la sua capacità di fornire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra”;[16] primo italiano ad essere insignito di tale riconoscimento, se non si considera il premio del 2008 a Monika Hauser, che ha cittadinanza italiana ma è nata e cresciuta in Svizzera. Nello stesso anno è stato candidato alla successione al Quirinale da parte del Movimento 5 Stelle[17].
In suo onore è stato intitolato l’asteroide 248908 Ginostrada.
Il 3 febbraio 2017 a Seul ha ricevuto il riconoscimento del SunHak Peace Prize[18][19], un premio per la pace istituito nel 2015 dalla signora Hak Ja Han, moglie del defunto Sun Myung Moon, fondatore della Chiesa dell’Unificazione. Gino Strada è stato vincitore assieme a Sakena Yacoobi. I due sono stati scelti tra 227 candidati da oltre 76 nazioni[20][21].
Il suo libro UNA PERSONA ALLA VOLTA (2022) è da lui così presentato:
Da Kabul a Hiroshima, il racconto di una missione durata tutta la vita: “Non un’autobiografia, un genere che proprio non fa per me, ma le cose più importanti che ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro”.
“Bisogna curare le vittime e rivendicare i diritti. Una persona alla volta.”
“Sono un chirurgo. Una scelta fatta tanto tempo fa, da ragazzo. Non c’erano medici in famiglia, ma quel mestiere godeva di grande considerazione in casa mia. Fa il dutur l’è minga un laurà, diceva mia madre, l’è una missiùn. Un’esagerazione? Non so, ma il senso di quella frase me lo porto ancora dentro, forse mia madre era una inconsapevole ippocratica.”
Una missione che parte da Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia con le grandi industrie, gli operai, il partito, il passato partigiano. In fondo, un buon posto per diventare grandi. A Milano, nelle aule dell’Università di Medicina e al Policlinico Strada scopre di essere un chirurgo, perché la chirurgia gli assomiglia: davanti a un problema, bisogna salvare il salvabile. Agendo subito. Una passione che l’ha portato lontanissimo. Gli ha fatto conoscere la guerra, il caos dell’umanità quando non ha più una meta. In Pakistan, in Etiopia, in Thailandia, in Afghanistan, in Perù, in Gibuti, in Somalia, in Bosnia, dedicando tutta l’esperienza in chirurgia di urgenza alla cura dei feriti. Poi nel 1994 nasce Emergency, e poco dopo arriva il primo progetto in Ruanda durante il genocidio. Emergency arriva in Iraq, in Cambogia e in Afghanistan, dove ad Anabah, nella Valle del Panshir, viene realizzato il primo Centro chirurgico per vittime di guerra. Questo libro racconta l’emozione e il dolore, la fatica e l’amore di una grande avventura di vita, che ha portato Gino Strada a conoscere i conflitti dalla parte delle vittime e che è diventata di per se stessa una provocazione. In ognuna di queste pagine risuona una domanda radicale e profondamente politica, che chiede l’abolizione della guerra e il diritto universale alla salute.
Mai come in questo periodo le parole e le ammonizioni di un personaggio come Gino Strada ci giungono al cuore parlando la lingua di tutte le vittime del mondo.
“Mai più la guerra”, diceva Paolo VI nel 1965, ricordando gli orrori dell’ultimo conflitto mondiale. Se è vero che l’inclinazione ad essere contraddittori e aggressivi fa parte dell’animo umano, è anche vero che dovremo pur trovare un modo di risolvere le controversie tra le nazioni senza traumatizzare bambini, anziani, donne e civili.
Dalla guerra di Troia ad oggi la nostra civilizzata epoca non è riuscita a dare spazio al diritto universale alla salute e a quello sacrosanto e imprescindibile di abolire tutte le guerre del mondo. Come spiega bene questo straordinario medico che è Gino Strada:
“Il primo passo è abolire la guerra. Credo che la guerra sia una cosa che rappresenta la più grande vergogna dell’umanità. E penso che il cervello umano debba svilupparsi al punto da rifiutare questo strumento sempre e comunque in quanto strumento disumano. Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi. Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola “utopia”; preferisco parlare di “progetto non ancora realizzato.” Credo che a nessun paese, nessun popolo – no? – piaccia essere occupato militarmente. Se domani mattina ci svegliassimo con mille militari qui nel centro di Milano, che arrestano, bombardano, sparano, torturano, deportano, uccidono chi vogliono, penso che non saremmo felici. E trovo sempre più strano che invece crediamo che quando lo facciamo noi andando in altri paesi quelli devono accettarlo, anzi debbono dirci «Grazie!».
Riflettiamo, ricordiamo, non restiamo indifferenti.
CCarloni
