• Dom. Gen 18th, 2026

VEDAM

BLOG dedicato alla cultura vedica e, in particolare, ai testi sacri di questa grande Tradizione spirituale, come la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, considerati oggi patrimonio mondiale dell'umanità.

BLOG DI PSICOSOMATICA & SCIENZA DELLO YOGA Impariamo a leggere i sintomi fisici come linguaggio dell'anima e ad utilizzarli in chiave evolutiva e conoscitiva alla luce delle conoscenze antiche contenute nei testi vedici. Curatrice del sito: Caterina Carloni, psicoterapeuta ad orientamento psicosomatico, Ph.D in Hindo-Vedic Psychology.

La guerra secondo Achille ed Ettore

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“Achille combatte perché non ha più nulla da perdere. Io combatto per non perdere ciò che ho. Io sono Ettore e questa è la mia verità”

In questi tempi nebulosi in cui si rincorrono voci di guerra, ben vengano libri come questo: L’Iliade raccontata da Achille ed Ettore, con prologo di Omero ed Epilogo di Elena, scritto da Aroldo Lattarulo e pubblicato appena qualche mese fa.

Usando una vena poetica originale, l’autore mostra dei punti di vista alternativi sull’antico conflitto narrato da Omero, mettendo in luce angolazioni della guerra in fondo ancora attuali e validi sul piano psicologico.

Due guerrieri. Due nemici. Due uomini che non volevano combattere, ma l’hanno fatto lo stesso. In questo romanzo epico e intimo, l’Iliade si spoglia degli dèi per dare voce agli esseri umani che l’hanno vissuta: Achille, l’eroe furioso, ed Ettore, il principe condannato. Nessuna narrazione altrui. Solo il loro sguardo. I loro pensieri. Le loro scelte. Con uno stile asciutto, moderno ma potente, questo libro scava nella tragedia greca per mostrarci il volto più vero della guerra: il dolore, il dubbio, la perdita, la memoria.

Riporto un passo che ho trovato particolarmente utile e interessante:

“E poi vidi lui, mio padre, Priamo (parla Ettore raccontando il sacrifico di Priamo nel richiedere il corpo senza vita di suo figlio ad Achille). Il re che era stato padre prima ancora di essere sovrano, che ora avanzava non più come guida di un popolo, non più come portavoce degli dei, non più come rappresentante di una città, ma come un vecchio solo che ha deciso di restare uomo anche mentre il mondo intero lo spinge a cedere…. Lo vidi inginocchiarsi davanti all’assassino di suo figlio, e lo vidi parlare con la nudità del cuore, e lo vidi farlo senza abbassarsi davvero, perché non fu mai schiavo, non fu mai vinto, non fu mai altro che un padre.”

Il libro esalta il valore della dignità di fronte al dolore, del senso di responsabilità che proviene dal proprio ruolo sociale e familiare, la guerra vista come una necessità quando non rimane più niente da fare.

Questo brano mi ha ricordato una bellissima poesia del poeta decadente inglese William Ernest Henley, scritta nel 1875 durante la sua malattia di tubercolosi, intitolata INVICTUS (mai vinto).

La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.

L’ultimo verso viene citato da Oscar Wilde nell’epistola De Profundis del 1897, scritta durante la prigionia nel carcere di Reading, in seguito alla condanna per omosessualità. L’autore, nel ripercorrere la storia della relazione con il giovane Lord Alfred Douglas, riporta “I was no longer captain of my soul”.

La poesia era usata anche da Nelson Mandela per darsi coraggio negli anni della sua prigionia durante l‘apartheid. Per questo è anche citata nel film Invictus, del 2009, diretto da Clint Eastwood, con Morgan Freeman e Matt Damon.

Testo

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate,
I am the captain of my soul.

(italiano)

Dal profondo della notte che mi ricopre
Nera come la fossa da polo a polo
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia anima indomabile.
Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe soltanto l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

CaterinaCarloni

Di Cateca

Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta