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VEDAM

IL POTERE DELLE PAROLE

PSICOLOGIA DEL PERDONO un dono per sé

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“Occhio per occhio, dente per dente”, “Chi la fa l’aspetti”:  subire un torto porta istintivamente a credere che l’unico modo per ristabilire gli equilibri dentro e fuori di noi sia quello di vendicarsi. Eppure le religioni prima e la scienza dopo ci assicurano che non è così.

Nell’Induismo la legge del karma sprona alla tolleranza, cioè all’accettazione di ogni forma di sofferenza, inclusa quella causata dai torti altrui. Il buddhismo esalta la compassione, invitando ad astenersi dal reagire alle offese e a vedere l’aggressore come una persona che ha bisogno di aiuto, esposto all’ignoranza spirituale. Ma è soprattutto il Cristianesimo ad aver basato la propria dottrina sulla cultura del perdono.
Gran parte degli insegnamenti di Cristo (dalla parabola del figliol prodigo alle esortazioni del Padre Nostro, fino alle parole rivolte a Dio, “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” durante l’agonia sulla croce) ne sottolineano l’importanza. Peccare è inevitabile, diceva Gesù, per ottenere il perdono di Dio dobbiamo imparare a nostra volta a perdonare. Ma è soprattutto nell’invito a “porgere l’altra guancia”, rivolto a chi viene schiaffeggiato, che Cristo dimostra di aver colto una questione fondamentale: il perdono non ha nulla a che fare con la sottomissione o la resa; non è un atteggiamento passivo, da persona debole o fragile, bensì attivo, proprio di chi è consapevole e “forte”
(articolo di Marta Erba per focus 315 – dicembre 2018).

L’indagine scientifica sul perdono comincia con Robert Enright,  psicologo all’Università del Wisconsin-Medison, che nel 1985 creò un gruppo di lavoro sul tema, cui seguirono varie pubblicazioni. “Oggi sappiamo che a essere pericolosa per la salute è soprattutto la ‘ruminazione rabbiosa’, la continua rievocazione del torto subito, che favorisce depressione, ansia ma anche malattie fisiche, come i disturbi cardiovascolari” spiega Barbara Barcaccia, docente di Psicologia clinica e gestione dello stress presso l’università degli Studi Roma Tre e curatrice del volume  Teoria e Clinica del Perdono (Raffaello Cortina Editore). “Al contrario perdonare migliora la qualità del sonno, contribuisce ad abbassare la pressione arteriosa, diminuisce il rischio di abuso di alcol o di sostanze, consente di avere relazioni più soddisfacenti. In poche parole, migliora la qualità della vita”.
Il perdono avrebbe anche una spiegazione evolutiva. “Se è vero che siamo biologicamente programmati a reagire alle offese con aggressività, è anche vero che è innata nell’uomo, così come nelle scimmie, una propensione alla riconciliazione e alla cooperazione” osserva Barcaccia. “Se si guarda alla storia dell’umanità, i gruppi che al loro interno si perdonavano avevano più successo da un punto di vista riproduttivo, proprio per la capacità di riparare le rotture dei legami”.

La Terapia Focalizzata sulla Compassione (TFC) è una terapia sviluppata dallo psicoterapeuta e ricercatore Paul Gilbert, professore di Psicologia Clinica all’Università di Derby (UK) che da circa 20 anni studia dal punto di vista evoluzionistico la psicologia umana (è stato presidente della British Association for Cognitive and Behavioural Psychotherapy).

La TFC parte da un approccio evoluzionistico per spiegare due dei fenomeni clinici più ricorrenti e resistenti al cambiamento che si incontrano in psicoterapia: la vergogna e l’autocritica. La sua teoria nasce da alcune osservazioni raccolte da Gilbert nella sua esperienza clinica, soprattutto con soggetti depressi. In parte a causa delle loro esperienze di vita, questi pazienti mostrano spesso forti emozioni di vergognaautocriticaodio verso se stessi e hanno enormi difficoltà ad essere gentili con se stessi, ad aprirsi alla gentilezza degli altri, a sperimentare sensazioni di calore interno  e rassicurazione (Gilbert, 1992, 2007c). In questi casi, la terapia della compassione e del perdono si è rivelata superiore alle metodiche cognitiviste classiche.

In realtà il perdono è in primo luogo un dono che si fa a se stessi. Fintanto che non si perdona, infatti, si resta incatenati all’autore del danno, prigionieri di emozioni logoranti e pervasive. Perdonare, invece, rende liberi: non solo perché si smette di coltivare emozioni tossiche, ma anche perché ci si accorge di essere stati a propria volta responsabili di danni e offese nei confronti di altri, quindi si diventa più inclini a perdonare se stessi. Il perdono, insomma, è rigenerante soprattutto per chi perdona.


Ma in che cosa consiste il perdono? Nella rinuncia all’odio, alla rabbia, al risentimento, pur avendo tutti i diritti a provare queste emozioni. Non si tratta infatti di sopprimere il ricordo di ciò che è accaduto, né di fare sconti a chi ci ha offeso, ma di smettere di provocarsi un’inutile sofferenza ripercorrendo continuamente nella propria mente ogni dettaglio del male subìto.  

Ma come si fa a perdonare?

Il perdono è un processo in genere lungo, che prevede fasi spesso non lineari di elaborazione e riconoscimento di quanto accaduto. In particolare chiama in causa alcune capacità:

  • Riconoscere l’offesa: perdonare non significa far finta di nulla o sforzarsi di dimenticare. Non significa nemmeno che lasceremo che si continui a fare del male.
  • Ascoltare le nostre emozioni: bisogna confrontarsi con la rabbia, la tristezza e il risentimento che covano dentro di noi, senza rimuoverle o negarle.
  • Essere consapevoli di quante energie vengono dilapidate nella ruminazione rabbiosa e nel ricordo del torto.
  • Prendere la decisione di perdonare.
  • Ridefinire l’immagine di chi ci ha offeso: è un passaggio difficile che consiste nel assumere il punto di vista dell’altro riconoscendogli un valore umano.
  • Comprendere il vero significato del perdono: tutti abbiamo bisogno del perdono di qualcuno e tutti siamo stati a nostra volta offensori. Perdonare, quindi, ci riconcilia con il mondo e con la vita. All’idea di sé come vittima a cui accadono cose brutte si sostituisce un’idea attiva, di chi va oltre e a cui possono accadere cose belle.

Nella Tradizione Bhaktivedantica, la virtù chiamata KRIPA (misericordia) è considerata una delle principali qualità di un ricercatore spirituale. Significa porsi in modo benevolo verso ogni essere vivente, che sia un uomo, una pianta, un animale. KARUNA (compassione) è una virtù che le somiglia, e si riferisce alla tolleranza e alla tendenza a vedere tutti gli uomini come amici, aiutandoli a scoprire e a realizzare la loro versione migliore.

Un canto Vaishnava scritto da un grande devoto del Signore, il Santo e Maestro bengalese del ‘500 Caitanya Mahaprabhu, spiega nel terzo dei suoi otto versi noti come Sri Sri Siksastaka,  quale stato di mente è indispensabile per avvicinarsi a Dio:

Si dovrebbe cantare il santo Nome in un umile stato di mente,

sentendosi più bassi di un filo di paglia nella strada:

bisogna essere più tolleranti di un albero,

privi di ogni sensazione di falso prestigio

e sempre pronti ad offrire i nostri rispetti agli altri.

In definitiva, il perdono è questo: un dono immenso che rivolgiamo a noi stessi e che irradia amore e luce permettendoci di andare avanti e di realizzare i nostri sogni di vera felicità.

Caterina Carloni

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Cateca

Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta

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