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IL POTERE DELLE PAROLE

Il prezzo della felicità nei paesi del Nord Europa: benessere, libertà e solitudine

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Definita nei Dizionari come “lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti i propri desideri”, la parola FELICITA’ contiene in realtà molte sfaccettature e declinazioni. L’etimo felicitas allude all’abbondanza, alla ricchezza e alla prosperità, ma forse questi parametri non bastano per rappresentarne tutti i significati.

Ne è prova il continuo tentativo da parte degli stati di tutto il mondo di arrivare a formulare un concetto di felicità, il cosiddetto FIL (la Felicità Interna Lorda) con cui stabilire degli standard di benessere e soddisfazione esistenziale  comuni a tutti gli abitanti del pianeta.

E’ evidente che questo obiettivo sembra ancora lontano dall’essere raggiunto.

Il Rapporto Mondiale sulla Felicità 2021, presentato all’ONU a ridosso della giornata mondiale della felicità (20 marzo), vede per la quarta volta al primo posto la Finlandia, seguita da Danimarca, Svizzera, Islanda e Olanda.

I diversi aspetti della vita che 149 paesi sono stati chiamati a valutare erano riferiti a “la libertà nelle scelte di vita”, “la percezione di corruzione”. “la generosità”, “le aspettative di vita” e altri fattori.

Nei paesi del Nord Europa l’alto senso di felicità sembra dipendere da fattori come la qualità delle istituzioni, l’ottima funzionalità della democrazia, i livelli di libertà e di indipendenza, l’agiatezza economica ecc.

Eppure, paradossalmente, negli stessi paesi “felici” del Nord Europa, si registrano, a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, statistiche  inquietanti riguardanti il tasso dei suicidi e il frequente ricorso a farmaci antidepressivi.

Benché non esistano ancora tabelle aggiornate sugli effettivi numeri del fenomeno, sappiamo che fino a qualche anno fa la felice Finlandia era al 32° posto nella lista dei paesi con più alti tassi di suicidio, l’Islanda al 40°, la Svizzera al 61°. L’uso di psicofarmaci, secondo un rapporto dell’OCSE, si estende al 38% dei danesi.

Svezia e Danimarca, malgrado l’emancipazione femminile,  sono anche i paesi dove si registra il più alto numero di aggressioni sessuali al mondo.

E’ la danese Groenlandia a detenere il primato dei suicidi del pianeta, mentre è la Finlandia a guidare la lista di omicidi pro capite in Europa, oltre ad occupare il terzo posto  nella vendita di armi da fuoco.

La Norvegia, invece, occupa la prima posizione nella diffusione e consumo di eroina.

Inevitabile porsi qualche domanda sui motivi di tale contraddizione.

Non è certamente facile scoprire le cause profonde del malessere che serpeggia in paesi così avanzati, civili e democratici, ma si possono formulare alcune ipotesi:

  • La presenza, nei paesi del Nord Europa, di una grande cultura del perfezionismo, che può esercitare una forte pressione sociale ed emotiva sugli adolescenti e sui giovani adulti, ai quali viene richiesto di eccellere sia a scuola che nel lavoro;
  • La singletudine dilagante (i danesi al 45% vivono soli, tre appartamenti su cinque in Svezia sono occupati da una sola persona, frequentissimo il ricorso all’inseminazione artificiale tramite kit a domicilio, precoce indipendenza dalla famiglia d’origine con rovescio della medaglia in termini di senso di appartenenza e di solidarietà parentale);
  •  A guardare le immagini delle aurore boreali visibili nei paesi vicini alla calotta polare, lo spettacolo che offrono sembrerebbe ben lungi dal produrre malinconia e autoripiegamento, ma è abbastanza accertato scientificamente che la qualità della luce e l’impatto del sole sulla nostra psiche e sul nostro stato d’animo siano correlati: “E’ un fatto acquisito che le variazioni di luce possono alterare negativamente l’umore e sulle funzioni cognitive: per esempio, l’esigua durata del giorno durante l’inverno, particolarmente evidente nei paesi del Nord, può portare a sindromi depressive.  Lo hanno dimostrato Tara A. LeGates del Dipartimento di Biologia della Johns Hopkins University a Baltimore, nel Maryland, e colleghi di un’ampia collaborazione internazionale, che firmano in proposito un articolo sulla rivista NATURE” (www.lescienze.it);
  • Indipendenza e autonomia, pur rappresentando valori psicologici e umani importanti, se fraintesi ed esasperati, possono ostacolare la realizzazione sentimentale e di coppia ed inibire lo scambio profondo ed empatico con l’altro;
  • Il sociologo H. Hendin nel suo libro “Suicido e Scandinavia” teorizza l’incidenza del distacco troppo precoce dei figli dalle figure genitoriali, soprattutto dalla madre, nel generare sentimenti di vuoto, perdita ed isolamento;
  • Anche l’ultima fase della vita è connotata dalla solitudine, tanto che  una persona su dieci muore senza avere accanto nessun familiare: questo è indicativo di uno stile di vita in cui i rapporti, bene primario di ogni essere umano, sono forse un po’ penalizzati.

In definitiva, sembra che nelle classifiche internazionali inerenti il livello di felicità degli individui bisognerà in futuro trovare degli indici e dei parametri che riportino l’attenzione su valori fondamentali come la solidarietà, la vicinanza, la condivisione,  lo scambio, l’affetto vero, l’amicizia, l’aiuto disinteressato, la salute del Cuore.

G.G. Marquez ha detto che “non c’è medicina che possa curare quello che la felicità non riesce a curare”. E per felicità intendeva l’Amore.

Forse, per essere felici, in Scandinavia come nel resto del mondo, dovremmo imparare a mettere più cuore in quello che facciamo.

La dimostrazione è che, secondo quel rapporto sulla felicità presentato all’ONU, ci sono paesi in cui, malgrado le difficoltà incontrate nell’ultimo anno e mezzo a causa del covid, il livello di felicità è addirittura aumentato. L’Italia è uno di questi paesi.

Ciò dimostra che la percezione della felicità avviene per canali molto sottili, di difficile quantificazione e che ben poco hanno a che vedere con il reddito, l’ordine sociale e il benessere materiale.

Caterina Carloni

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Cateca

Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta

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