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IL POTERE DELLE PAROLE

IL CIBO e la sua funzione trasformativa attraverso le età della vita

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DiCateca

Ago 23, 2021 , , , ,

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foto Ogha!

Una delle narrazioni più antiche sulla funzione del cibo è quella contenuta nella Genesi dell’Antico Testamento: Eva, creata da una costola di Adamo,  accetta e mangia il pomo offertole dal serpente nel Paradiso terrestre, determinando così la discesa dell’intero genere umano da uno stato di perenne felicità verso una condizione di eterna sofferenza.

In questo episodio si delinea chiaramente la valenza trasformativa dell’alimento, ma si mette in luce anche la funzione del “cibo-peccato” che – tuttavia – aiuta l’uomo a cambiare deliberatamente la sua condizione aprendogli la strada del libero arbitrio e di nuove e più autonome prospettive esistenziali. Proprio come quando una madre stacca (talora a forza) il figlio dal seno e gli insegna a mangiare pasti solidi.

L’alimentazione ci mette in relazione non soltanto con il mondo inteso come “oggetto” nutritivo, ma soprattutto con le emozioni e i vissuti propri delle diverse stagioni della vita.

In principio c’era il latte ….

L’alimentazione lattea è per il bimbo il primo rapporto diretto con il mondo che lo circonda: alimentandosi, il neonato acquisisce la sensazione del proprio corpo, sperimenta il piacere, inizia a formarsi un proprio gusto, esprime le proprie richieste d’attenzione e, in definitiva, costruisce la propria identità. E’ quella che Sigmund Fred definisce “fase orale”, che verrà abbandonata – salvo casi patologici – nelle successive fasi di crescita. Con lo svezzamento, infatti, la madre taglierà nuovamente il cordone ombelicale collegato alla dipendenza lattea del figlio, e lo inserirà nel mondo adulto degli onnivori.

Nell’età di passaggio verso il mondo adulto, il cibo diventa lo strumento principale per tentare di governare le paure tipicamente legate ai fenomeni di metamorfosi psicofisica. La ragazzina che si trasforma e assume le forme rotonde della donna può realizzare tramite il cibo un duplice meccanismo di difesa nei confronti della nuova identità sessuale: può, con l’anoressia, rifiutarsi di aumentare di peso e di entrare nella nuova generosa  silhouette femminile optando per le forme androgine dell’infanzia, ma anche della moda e della pubblicità; oppure, nei casi di bulimia, mimetizzare sotto il sovrappeso un femminile nascente e ancora difficile da padroneggiare. Per i ragazzi, invece, l’adolescenza è il periodo dei “panini e coca cola”: questo binomio è simbolo della ribellione al tradizionale cibo della famiglia e, contemporaneamente, rappresenta un adeguamento ai gusti alimentari dei coetanei, loro pure alla ricerca dell’autonomia, dell’indipendenza e di una propria identità.

Nell’età adulta e nella maturità, il cibo deve rispondere soprattutto ai criteri di mantenimento dell’efficienza psicofisica. In questa fase esistenziale, il cibo serve anche a costruire un’immagine piacevole di se stessi  per attrarre il partner e dare un messaggio seduttivo, poiché in caso contrario il corpo potrebbe essere vissuto in chiave depressiva, come primo indizio dell’invecchiamento, come segnale di avvicinamento alla morte.

Con l’età presenile e senile, la dieta cambia ancora: segnali fisici, rallentamenti metabolici, malattie e calo dell’efficienza corporea spingono l’anziano verso un’alimentazione semplice, verso cibi talvolta semiliquidi e comunque facilmente digeribili per evitare il rischio di “bocconi” ormai impossibili da mandare giù. Questa fase è spesso contraddistinta anche da un aumento del desiderio di dolci: l’anziano torna in una situazione nutrizionale simile a quella del neonato, bisognoso di attenzioni, di “latte e dolcezza”.

 Nell’infanzia si assiste all’enfasi della golosità di dolci, simbolo sostitutivo di quella dolcezza che un tempo la madre trasmetteva con il latte. Se tale dipendenza dai cibi zuccherini permane in modo massiccio anche in età adulta e nella terza età (a meno che non si attraversino situazioni fisiche come la fase premestruale, in cui il corpo ha naturalmente bisogno di zuccheri), significa che la persona non è in grado di darsi piacere e tenerezza in altro modo: di conseguenza, si sente infelice e può addirittura scivolare in stati ansiosi quando la dispensa è priva di biscotti o di tavolette di cioccolata, e viceversa si sente appagata solo davanti a una maxi coppa di gelato o a una torta alla crema. Si entra così nel circolo vizioso dello “scontento-sovrappeso-scontento”. Per interrompere questo meccanismo non resta che prendere consapevolmente coscienza della carenza esistente sul piano affettivo e sostituire poco per volta “l’affetto-dolcetto” con attività alternative e coccole fisiche (per esempio dei massaggi), intensificare le relazioni, mettere meglio a frutto i propri talenti, vivere l’eros in maniera inedita e stimolante. Solo così la soddisfazione e l’autostima diventeranno una felice alternativa alle “dolci consolazioni”.

Il cervello umano ama il piacere e punta a mantenerlo costante. Per ottenere il suo scopo, si affida a un’area specifica: il nucleo accumbens. Si tratta di una vera e propria “centralina del piacere”: collocata nella zona dell’ipotalamo, stimola e cerca di mantenere costante nell’organismo il livello di dopamina, uno dei neurotrasmettitori del benessere.

Tre sono le vie che il nucleo accumbens ha a disposizione per produrre dopamina: l’eros, la creatività e il cibo.

Quando il primo e la seconda mancano perché ad esempio si vive un’esistenza scialba, piena di futilità e/o priva di affetti, la via di soddisfacimento più immediata è rappresentata dall’alimentazione (si parla a tale proposito di “cibo-ciucciotto”, alludendo all’accessorio che si dà ai bimbi piccoli per placare le richieste di attenzione). Questo, tuttavia, è un meccanismo compensatorio decisamente effimero e superficiale.

Tale erotizzazione del cibo è la molla che fa scattare il rischio-obesità: se la nostra vita è costellata solo di piaceri superficiali, il cervello prima o poi tornerà a rivolgersi al cibo per placare la sua fame di eros.

L’età contemporanea passerà alla storia come l’epoca dei “malati di cibo”. La nostra società è in sovrappeso, ma i chili in più, pochi o tanti che siano, non sono soltanto un problema estetico, ma una variabile che nel tempo può condizionare il nostro stato di salute generale e determinare le nostre aspettative di vita.

Che fare allora per porre rimedio al sovrappeso? La dieta non serve né nel breve né nel lungo periodo, se non è accompagnata da una trasformazione radicale delle abitudini e dell’atteggiamento che abbiamo nei confronti del godimento della vita.

La dieta, infatti, è per sua natura una prigione costrittiva che, se anche può regalarci la speranza di dimagrire, nel tempo risulta immancabilmente fallimentare. Le diete assomigliano a “buoni propositi” che ci mettono ancora più in gabbia e ci costringono a seguire imposizioni che finiscono con lo schiacciare i nostri desideri, la nostra voglia di vivere.

Assillati dall’eliminazione di alimenti gustosi, ci neghiamo volontariamente il piacere del palato e puniamo il nostro corpo. Col risultato che l’organismo, costretto a vivere in una situazione squilibrata, prima o poi si vendica, facendoci recuperare in pochi giorni i chili che abbaiamo smaltito in molti mesi di inutili sacrifici.

Chi desidera perdere peso, come chi vuole semplicemente mantenere il perso forma, deve riconoscere che non esistono formule miracolose che possano garantire risultati duraturi. Se è vero che gli effetti delle diete non durano perché ci si ostina a trattarsi da scolaretti, costretti a rispettare rigorose restrizioni caloriche, allora la via per dimagrire è un’altra: occorre reimparare ad ascoltare il proprio corpo, sentire quando lo stomaco ha davvero fame, nutrirsi di sapori nuovi, di colori, di profumi, riattivare le energie metaboliche attraverso attività fisiche piacevoli, come la danza o l’automassaggio, conoscere e consumare gli alimenti depurativi che la natura offre a ogni cambio di stagione. Occorre sviluppare l’istinto, lasciare che sia il corpo a scegliere ciò che desidera realmente mangiare: solo in questo modo la nostra dieta sarà quella giusta per noi.

Caterina Carloni

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Cateca

Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta

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