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VEDAM

IL POTERE DELLE PAROLE

IL MITO DI NARCISO Quando l’amore di sé uccide

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Quando nacque, sua madre chiese all’indovino Tiresia quale destino lo attendesse, e la risposta, che la donna non comprese, fu che Narciso sarebbe vissuto fino al giorno in cui non si fosse conosciuto.

Una volta cresciuto, per la sua straordinaria bellezza, fece innamorare di sé molti uomini e molte donne, che regolarmente respingeva. Uno di questi amanti rifiutati, accecato dalla rabbia, riuscì a farsi vendicare da Nemesi, dea della giustizia, che condannò Narciso alla contemplazione della sua bellissima immagine riflessa in una sorgente del monte Elicona.

In quello specchio d’acqua, Narciso vide per la prima volta il suo volto e se ne innamorò a tal punto che non riuscì più ad allontanarsene, fino a che, per contemplarla ancor più da vicino, finì con l’annegare.

Fu mutato poi nel fiore che porta il suo nome.

La storia di Narciso racconta la condanna di chi, innamoratosi della propria immagine, non riesce a vedere altro da sé e resta incatenato a se stesso, fino a soccombere.

Capace di suscitare passioni, non sa però investire la sua carica erotica su oggetti esterni. Tale impossibilità allo scambio lo condanna all’isolamento e all’immobilismo: questo è il senso profondo della punizione operata ai suoi danni dalla dea Nemesi, Signora della Vendetta.

Nel momento in cui Narciso si autoriconosce nell’immagine riflessa, cioè acquisisce una coscienza superficiale di sé al posto di maturarla, scendendo nella profondità del suo intimo, si ferma a quello stadio lasciandosi ammaliare dalla propria visione.

In questo mito si evidenzia la fragilità psichica di chi non sa andare oltre il proprio ego, e invece di allargare lo sguardo all’interiorità, lo fissa sul suo riflesso, fino a paralizzare, in quello spazio limitato, ogni opportunità di crescita.

In apparenza il narcisista sembra una persona felice: mostra un’alta considerazione di sé, si muove con disinvoltura nel mondo, avvia senza difficoltà relazioni con gli altri, occupa spesso posizioni di prestigio e potere e, come si conviene a un leader, ottiene plauso e consensi.

In realtà, chi assume un atteggiamento narcisistico è un candidato ideale ad ansia e depressione. Vivendo in superficie, nell’anticamera di sé, di fatto non si piace e non si stima. E per compensare questo intimo disagio, fa di tutto per conquistare gli altri, fidando nel consenso esterno per riconfermare a se stesso un valore di cui lui è il primo a dubitare. Ragione per cui, basta che l’interlocutore non cada nella rete della fascinazione, perché il suo ego crolli e in lui si ingeneri la crisi.

Come il pastorello del mito, ipnotizzato dalla propria immagine, il narcisista teme o rifiuta di entrare in contatto profondo con se stesso.

La paura di non piacere è il motore che muove i suoi comportamenti e per esorcizzarla si condanna a un’esistenza che si consuma nell’esteriorità. Auto-elettosi primo attore di un palcoscenico immaginario, recita sempre e comunque, l’occhio fisso sul pubblico, che tenta di ingraziarsi in ogni modo: compiendo imprese eroiche, inscenando show dimostrativi, divertendo, ammiccando, scandalizzando, provocando, rendendosi utile. Il tutto a un ritmo serrato, senza pause o cedimenti, per catalizzare l’attenzione su di sé fino alla fine.

La conseguenza ovvia di tale modo di essere è uno sforzo costante finalizzato non a costruire un rapporto reale con se stesso e il mondo, ma a rendere credibile la finzione. Finché, quando calano le luci della ribalta, l’angoscia e la solitudine trovano campo libero.

A ingenerare il malessere esistenziale è soprattutto il mancato contatto con la propria interiorità. Non accedendo mai a quello spazio di tranquillità e di silenzio che riposa nel profondo di ciascuno di noi, il narcisista si gioca infatti la possibilità di cogliere quella pienezza di senso che è il nucleo sostanziale della vera felicità.

Caterina Carloni

Cateca

Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta

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